Cos’è la traduzione? Questa domanda sembra risuonare nella mente di tutti i traduttori. In sintesi, potremmo dire che tradurre significa “volgere in un’altra lingua, diversa da quella originale, un testo scritto o orale”.
La sua origine etimologica risiede nel latino, nello specifico deriva dal termine traducĕre, che significa “trasportare, trasferire”. Ed è composto dal prefisso trans- (“oltre”), dal verbo ducĕre (“guidare”), e dal suffisso -zione (“azione”).
L’attività del traduttore si compone di due fasi: la prima, la fase di comprensione del testo originale, in cui il traduttore cerca di captare o comprendere il contenuto del testo che si appresta a tradurre, e la seconda, la fase di espressione dello stesso contenuto nella lingua di destinazione.
Nella prima fase, l’attività del traduttore non è sostanzialmente diversa da quella del lettore la cui madrelingua è quella dell’originale. La comprensione è necessaria ed essenziale per la traduzione, ma non è ancora traduzione.
È nella seconda fase, durante il processo di ricostruzione del testo nella lingua di destinazione, dove il traduttore deve scegliere, tra le parole con contenuto o sfumatura semantica più o meno simili, quella più adatta a riprodurre il messaggio dell’originale.
Nel corso della storia, diversi teorici della traduzione hanno dato le proprie definizioni di questa “arte letteraria”.
Secondo Alexander Fraser Tytler (1747-1813), nel suo Essay on the Principles of Translation (Londra, 1793), esistono tre leggi fondamentali sulla traduzione:
- È fondamentale che la traduzione catturi pienamente le idee presenti nel testo originale.
- La scrittura e lo stile devono preservare i caratteri distintivi del testo originale.
- La traduzione deve mantenere la naturalezza e la fluidità del testo originale.
Inoltre, secondo questo teorico, la traduzione perfetta si ottiene quando il merito dell’opera originale viene trasferito in un’altra lingua di modo che l’opera tradotta sia facilmente comprensibile e abbia una forte risonanza sia tra i parlanti nativi della lingua straniera sia tra coloro che parlano correntemente la lingua originale.
Secondo la visione di Peter Newmark (1916- 2011), la traduzione è percepita come un processo che unisce scienza e arte. Questo processo rappresenta il tentativo di sostituire un messaggio scritto o espresso in una lingua con un messaggio equivalente in un’altra. Newmark proponeva due approcci di traduzione. L’approccio semantico si concentra sull’autore, il che implica rispettare ciò che ha espresso nella lingua originale. L’approccio comunicativo, invece, cerca di trasmettere il messaggio dal testo di partenza a quello tradotto, considerando non solo ciò che è stato scritto dall’autore, ma anche la tipologia di lettore che riceverà suddetto testo.
Tra le teorie più controverse troviamo la proposta di Eugene Nida (1914-2011), nota come Equivalenza Dinamica o Funzionale. Questo approccio traduttivo ha come scopo principale quello di riflettere l’intenzione e l’idea trasmessa nel testo originale, se necessario, a scapito della letteralità, dell’ordine originale delle parole o della voce grammaticale del testo di partenza. Questa teoria privilegia la leggibilità rispetto alla rigorosa fedeltà al testo originale.
Infine, nel suo libro L’invisibilità del traduttore. Una storia della traduzione (1995), Lawrence Venuti (1953) introdusse per primo i concetti di “addomesticamento” ed “estraniamento” come strategie traduttive opposte. Venuti parla del concetto di invisibilità del traduttore, che crea nei lettori l’illusione di leggere un’opera originale e non una traduzione. Venuti considera negativa questa pratica, poiché incorporando termini, espressioni e strutture grammaticali comuni nella lingua di destinazione riduce gli elementi estranei, cercando di provocare una sensazione di trasparenza e fluidità nel lettore. Inoltre, questo addomesticamento aumenta il rischio di alterare il significato del messaggio. Al contrario, l’estraniamento, secondo Venuti, incoraggia la diversità culturale e mette in discussione i valori estetici della cultura ricevente. Preservando la sintassi e la semantica della lingua di partenza, le traduzioni risultanti sono più dirette, meno fluide ma più fedeli e autentiche.
Nida e Venuti hanno dimostrato la complessità degli studi sulla traduzione. Sottolineano che il traduttore non deve solo interpretare il testo in sé, ma anche svelarne il contesto interno e decifrarne i riferimenti culturali, le espressioni idiomatiche e il linguaggio figurato. Ciò permette di comprendere il testo originale e di realizzare la traduzione non solo per trasferire il significato letterale in un dato contesto, ma anche per ricreare l’impatto del testo originale all’interno del sistema linguistico del traduttore.
E tu cosa ne pensi? La traduzione è un’arte, una scienza o uno scambio interculturale?